COMUNICAZIONE DI SERVIZIO
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Adil
Nine Inch Nails – “Year Zero”
L’anno zero di Trent Reznor, geniale artefice del marchio Nine Inch Nails, è un’apocalittica cartolina che ci giunge da un futuro prossimo venturo. Le sedici tracce di Year Zero sviluppano le classiche tematiche orwelliane, narrandoci di un’America dominata da fantomatici “uffici per la moralità”, di droghe futuribili come il “parepin” e di dio solo sa cos’altro. Al fine di rendere ancora più realistico questo scenario post-atomico il buon Trent ha affidato la promozione di Year Zero ad un’abile società di marketing che, in vista dell’uscita del disco, si è premurata di seminare ovunque per alcuni mesi gli indizi più svariati: da alcune pen drive contenenti nuove canzoni abbandonate nei locali europei dove la band si è esibita di recente, passando per i murales realizzati a Londra e Los Angeles e fino ai molti siti internet creati ad hoc. Oltre che per l’efficace azione promozionale di Year Zero, spintasi fin quasi ad oscurare l’opera che doveva promuovere, un disco del genere suscita comunque varie riflessioni a partire dal suo primo ascolto. L’iniziale Hyperpower! in meno di due minuti funge da valido preludio strumentale al mondo di Year Zero, con tanto di grida umane in sottofondo. The Beginning Of The End è una canzone rock alquanto spenta, sorretta da una batteria che a molti ha ricordato perfino My Sharona dei Knacks! Dal terzo brano in poi, il primo singolo estratto Survivalism, si ripiomba nell’incubo orwelliano di Trent: liriche come “i got my propaganda, i got revisionism” necessitano di una chitarra distorta, una potente batteria elettronica e un ritornello decisamente orecchiabile. The Good Soldier, ennesimo brano creato sul pc di Trent, anche grazie all’uso di uno xilofono (o di un effetto comunque simile) si propone come l’episodio più disteso dell’intero album, incastrandosi perfettamente con la successiva e rumorosissima Vessel, ballata apocalittica innervata da distorsioni di ogni tipo degne di Aphex Twin. Dopo l’altrettanto elettronica e meno convulsa Me, I’m Not è il turno di Capital G che, insieme a God Given, è uno dei brani dove Trent “sporca” di più il suo cantato con le influenze hip hop cui aveva fatto cenno durante la registrazione di Year Zero, senza però trasformarsi (per nostra fortuna!) in un improbabile Fred Durst dei Limp Bizkit, sicché alla fine il risultato è più che apprezzabile. Meet Your Master ha tutte le carte in regola per diventare un classico dei Nine Inch Nails, grazie ad un ritornello di grande impatto e non poco aggressivo. Le chitarre, ottime in Meet Your Master così come nella suggestiva The Warning, vengono distillate forse con eccessiva parsimonia nell’arco dell’intero album e questo è davvero un peccato. La strumentale The Greater Good ci avvisa che siamo ormai prossimi alla conclusione. The Great Destroyer, per metà del tempo palese ammiccamento a certa elettronica d’avanguardia (un eufemismo per dire “rumore”), è il sigillo techno di Year Zero. Il trittico finale – composto dalla strumentale Another Version Of The Truth, il romantico intermezzo In This Twilight e la conclusiva Zero-Sum – ci restituisce un Trent più umano, quasi purificato da tanto (catartico) rumore. Apparso a soli due anni di distanza dal precedente With Teeth, difficilmente Year Zero farà guadagnare ai Nine Inch Nails nuove schiere di adoranti fan; si ha tuttavia l’impressione che una tale prospettiva non rientrasse fra i progetti dello stesso Reznor. Siamo in presenza di un lavoro difficile ma che non ci respinge, pur essendo comunque destinato a fare discutere. La buona notizia è che Trent è vivo e lotta con noi, deludendo forse le aspettative di chi lo vorrebbe eternamente ingabbiato nel cliché della rockstar maudit.
Silverchair – “Young Modern”
I Silverchair di Daniel Johns, ventottenne leader del trio formatosi 15 anni fa e marito della popstar Natalie Imbruglia, sono forse la più celebre rock band australiana dai tempi degli AC/DC. I loro primi due dischi, Frogstomp del 1995 e Freak Show del 1997, risentono sia della giovane età che Johns & Soci avevano al tempo sia della loro passione per il grunge di gruppi quali Pearl Jam e Nirvana; tra la fine degli anni novanta e gli inizi del nuovo millennio con i due successivi lavori hanno raggiunto una maggiore maturità. A cinque anni dall’ultimo album Diorama i Silverchair calcano nuovamente le scene con Young Modern. Johns in questo lungo periodo di pausa dal gruppo si è sposato ed ha realizzato con il produttore Paul Mac, vecchio collaboratore e amico, un progetto parallelo votato all’elettronica più sperimentale dal titolo The Dissociatives. Young Modern, se paragonato al suo più immediato predecessore, ci appare tuttavia come una decisa conferma della svolta “sinfonica” avviata nel 1999 con Neon Ballroom. Daniel Johns ha infatti sviluppato in questi ultimi anni un’irrefrenabile amore per le grandi orchestrazioni e un pop molto vicino alle atmosfere dei Beach Boys; non è un caso che per Young Modern i Silverchair abbiano collaborato con Dyke Van Parks, celebre arrangiatore orchestrale noto ai più proprio per quanto realizzato con Brian Wilson ai tempi di Smile. Le undici tracce di Young Modern veleggiano quasi tutte verso un pop vezzoso, fatta eccezione per l’iniziale Young Modern Station che, a modo suo e più che altro per via del ritmo incalzante, è insieme al singolo Straight Lines l’unico momento quasi rock dell’intero album. A partire dal terzo brano If You Keep Losing Sleep, uno degli episodi affidati al protagonismo dell’Orchestra Filarmonica Ceca, si comincia ad intravedere la mano di Van Parks. Ciononostante il cuore pulsante e classicheggiante dell’album risiede nell’epica ballata in tre atti Those Thieving Birds… la cui durata (oltre sette minuti) rappresenta l’apice della magniloquenza pop cui sembra aspirare Johns. Nella seconda metà dell’album spiccano in particolare due brani: Waiting All Day e Low. I 45 minuti di Young Modern colgono appieno, valorizzandoli nella giusta maniera, l’eclettismo e la buona salute di cui godono attualmente i Silverchair.
Verdena – “Requiem”
Il nuovo disco del trio originario di Albino, amena località ubicata in provincia di Bergamo, oltre a rassicurarci sull’ottimo stato di salute dell’unica valida rock band italiana sotto i 30 anni è al tempo stesso una preoccupante spia d’allarme. Senza arrischiarci in sterili discussioni sull’odierna condizione della scena rock nostrana appare inverosimile ritenere i Verdena una promessa per il futuro: nel loro caso siamo infatti giunti al quarto album realizzato in undici anni di carriera. Le quindici tracce di Requiem, compresi alcuni brevi intermezzi prevalentemente strumentali, spaziano dall’introspezione di chiara matrice psichedelica a derive progressive che ricordano molto i norvegesi Motorpsycho, gruppo assai amato dai Verdena. Malgrado ciò in questo lavoro non è difficile rilevare, a partire dal primo singolo Muori Delay, un marcato gusto melodico che emerge con forza dalla chitarra satura di Alberto, dal basso sferragliante di Roberta e dalla rabbiosa batteria di Luca. Registrato all’Henhouse Studio, ex pollaio riconvertito in sala di registrazione, Requiem è un disco dove la quiete dei due brani realizzati presso le Officine Meccaniche di Mauro Pagani, Angie e Trovami Un Modo Semplice Per Uscirne, non allenta più di tanto la tensione che scuote invece brani quali Don Calisto, Isacco Nucleare, Muori Delay e Il Caos Strisciante. Le liriche di Alberto, un continuo nonsenso funzionale all’espressione di un disagio altrimenti impossibile da esorcizzare, si amalgamano perfettamente col muro sonoro eretto insieme ai suoi compagni. La tanto agognata maturità i Verdena l’avevano forse già raggiunta col precedente Il Suicidio Del Samurai del 2004: Requiem è soltanto l’ennesima conferma di cui qualche ascoltatore distratto aveva ancora bisogno.
Brett Anderson – “Brett Anderson”
La parabola discendente intrapresa da Brett Anderson, ex leader dei Suede, è rovinosa e decadente al punto da risultare affascinante. Il suo primo, omonimo debutto solista non è entrato neppure tra i primi cinquanta album della classifica inglese; c’è tuttavia da scommettere che per un artista abituato col suo vecchio gruppo a stazionare nelle posizioni più alte deve essere stato un colpo durissimo. L’altalenante sodalizio con il chitarrista e compositore Bernard Butler ha segnato alti e bassi di una carriera iniziata agli albori degli anni novanta. Fidanzato allora con la futura cantante delle Elastica Justine Frischmann, Anderson giocò subito la carta dell’ambiguità sessuale presentandosi come l’incrocio ideale tra David Bowie e Morrissey degli Smiths. L’allora nascente scena britpop, prima che la faida tra Blur e Oasis occupasse le prime pagine della stampa musicale, elesse immediatamente Brett Anderson come eroe romantico della musica inglese: album quali l’omonimo Suede del ’93 e Dog Man Star dell’anno seguente suscitarono i favori del pubblico e della critica. L’uscita di Butler dal gruppo, dovuta a divergenze artistiche, non impedì ai Suede di conseguire ottimi risultati con i successivi album Coming Up del 1996 e Head Music del 1999. Il flop del loro ultimo album A New Morning, titolo azzeccato se riferito ad “un nuovo giorno” senza i Suede, indusse Anderson a chiudere nel 2003 i battenti con una raccolta antologica compilata in fretta e furia. Nel 2004, liberatosi ormai dall’ingombrante fardello dei Suede, Brett riuscì a rinsaldare i rapporti con l’amico di un tempo Butler ed a formare insieme una nuova band: The Tears. Esauritasi anche quella fugace esperienza, vista da molti come passaggio necessario per un ritorno ai Suede degli esordi – il nostro Brett è rimasto ancora una volta solo. Rattrista tuttavia constatare che il suo primo disco solista sia tutto sommato buono! Il romanticismo affettato che ha sempre contraddistinto il suo modo di cantare in queste undici canzoni, sospese tra orchestrazioni pompose (Love Is Dead, To The Winter e The Infinite Kiss) e riff di chitarra forse un po’ troppo prevedibili (Dust And Rain e Intimacy), trova una propria ragion d’essere. Alcune ballate – non a caso, quelle meno pretenziose – quali Ebony e l’incipit di Song For My Father ci restituiscono un Anderson ispirato e ammaliante. Peccato che l’onnivoro mercato discografico anglosassone non sappia cosa farsene di ex efebi pop come Brett.
Il secondo album è davvero il più difficile nella carriera di un artista? Nel caso degli inglesi Maxïmo Park sembrerebbe proprio di no, visto che Our Earthly Pleasures denota fino dal primo ascolto un netto miglioramento rispetto al già valido debutto del
Good
A quale revival si riferiranno mai i gemelli Joel e Benji Madden, principali titolari del marchio Good Charlotte? Con il loro quarto album mirano ad un risultato alquanto facile: confermare senza troppe variazioni l’efficacia della formula quasi alchemica che vede in gruppi come il loro la sintesi perfetta fra il pop più commerciale e le chitarre apparentemente furenti del punk. Formatasi nel 1996, al contrario di altre meteore quali i Blink-182 di Enema Of The State la band non si è ancora sciolta ed anzi, con le tredici tracce di Good Morning Revival, prova a compiere un’improbabile quanto ammirevole passo in avanti. Il precedente The Chronicles Of Life And Death – uscito nel
Da Raffa a Mika: viaggio musicale nel mondo GLBT
Peaches, Le Tigre, Anthony And The Johnsons, Scissor Sisters, Mika... Cos’hanno in comune questi artisti? Ognuno di essi, sia pure a suo modo e con diverso grado di "militanza", pone la libertà sessuale al centro della propria ricerca musicale. Alcuni, come il trio Le Tigre o la provocatrice Peaches, producono musica elettronica dai forti contenuti; altri ancora, come gli Scissor Sisters di I Don’t Feel Like Dancing e il Mika di Grace Kelly, flirtano col pop d’alta classifica. A parte le performance teatrali di Anthony, parliamo tuttavia di artisti che frequentano territori musicali (dance e pop, soprattutto) dove l’esistenza di tematiche omosessuali o quantomeno gay-friendly è stata sempre assai forte e largamente riconosciuta. Quali sono allora nel 2007 gli steccati musicali che il mondo G.L.B.T. (Gay, Lesbo, Bisex e Trans) deve ancora superare? Per quanto riguarda gli Stati Uniti il genere più restio ad aprirsi al mondo omosessuale resta l’hip hop dei vari Eminem e Jay-Z, dove l’insulto tuttora più in voga tra i rapper è "faggot" (checca). Per contro molti artisti rock, tolta di mezzo la strisciante omofobia di alcuni cotonati metallari degli anni ottanta come i primi Guns ‘N’ Roses, a partire dagli anni novanta si sono impegnati sempre di più per vedere riconosciuti i diritti degli omosessuali. In particolare la cantante Melissa Etheridge, fresca vincitrice di un Academy Award per la migliore canzone originale all’ultima edizione degli Oscar, dichiarò di essere lesbica proprio all’inaugurazione del primo mandato presidenziale di Bill Clinton, nel gennaio del 1993. La data scelta non fu casuale: con la vittoria di Clinton la comunità G.L.B.T. ebbe finalmente la concreta speranza di potere abbattere una serie di steccati. Alcuni effettivamente caddero, anche nel mondo della musica. In Italia, sorvolando per mancanza di spazio su quello che accade nel resto del mondo, la situazione è grave ma non seria: Raffaella Carrà è ancora oggi una delle sante matrone degli omosessuali e Cristiano Malgioglio, con i suoi abiti sgargianti, la perfetta caricatura di un gay degli anni ottanta. Rimpiangiamo seriamente l’ambiguità sessuale di un’Amanda Lear, tra le altre cose musa di Salvador Dalì e compagna di David Bowie, pensando a chi oggi imperversa nelle televisioni e nelle radio nazionali. Sono invece molti i musicisti "storici" del passato più o meno recente che è doveroso citare: il Renato Zero de Il Triangolo No, l’Ivan Cattaneo di Darling (brano scritto da Mario Mieli, cui è stato intitolato un’importante circolo di cultura omosessuale), la Patty Pravo di Pensiero Stupendo e il Fabrizio De Andrè di Andrea e Priçesa, quest’ultima dedicata alle peripezie affrontate dal transessuale Fernandiño per diventare donna. La situazione attuale ci offre comunque un quadro desolante: all’inesistente approccio militante di molti dei musicisti gay famosi non si può neanche contrapporre una esposizione mediatica diversa da quella caricaturale che si vede in televisione tutte le sere. E’ bene che la musica non abbia etichette di genere, ma una maggiore consapevolezza nel toccare alcune tematiche rappresenterebbe nulla più che una boccata d’aria fresca all’interno degli angusti palinsesti radio-televisivi nostrani.
The Rakes – “Ten New Messages”
I “dieci nuovi messaggi” dei Rakes, quartetto inglese formatosi nel 2004 e subito associato per via dell’aspetto dimesso dei suoi componenti ai “secchioni” Bloc Party e Franz Ferdinand, virano con decisione verso i primi anni ottanta, saccheggiando a piene mani quelli che sono ancora oggi i numi tutelari dell’indie britannico. Le atmosfere cupe di Cure e Joy Division, il disincanto degli Smiths di Morrissey e un’affettazione di fondo che attraversa tutte le canzoni di Ten New Messages sono fattori meritevoli di considerazione; non è infatti per caso che un loro brano – All Too Human, estratto dal precedente lavoro Capture/Release –prenda il titolo da un’opera del filosofo Friedrich Nietzsche. Altro convincente esempio della coolness indossata con noncuranza dai quattro londinesi è il titolo scelto per il brano The World Was A Mess, But His Hair Was Perfect (“il mondo era incasinato, ma i suoi capelli erano perfetti”), brano d’apertura di Ten New Messages e colonna sonora, in una versione estesa di ben 15 minuti, delle sfilate di moda della celebre maison Dior Homme. Dopo l’anemica Little Superstitions tocca ai cori di We Danced Together, sospinta da una sezione ritmica semplice ma scattante, ravvivare l’atmosfera. Trouble e Time To Stop Talking sono gli altri due episodi più energici, grazie ai loro riff di chitarra tesi e alla batteria sempre in primo piano. I cori di Suspicious Eyes ricordano quelli sentiti nel recente singolo dei Bloc Party The Prayer. Parlando di Ten New Messages il cantante Alan Donohoe ha affermato che “il disco è stato ispirato da una combinazione che mette insieme musica corale, il serial televisivo 24, i temi musicali di James Bond, i poeti della Prima Guerra Mondiale e la band femminile Sugababes”; per nostra fortuna non c’è alcuna traccia di quest’ultima nelle dieci canzoni che compongono l’album. La voce sgraziata di Donohoe lascia ancora perplessi; per il resto il lavoro compiuto dai Rakes appare del tutto convincente e fa acquisire a Ten New Messages la piena sufficienza.
Iggy Pop & The Stooges – “The Weirdness”
Il debutto degli Stooges, attivi fino al 1974 prima di riformarsi quattro anni fa, risale alla notte di Halloween del 1967 presso l’Università del Michigan. In quegli anni Iggy Pop – all’anagrafe James Newell Osterberg –grazie ad infuocate ed autodistruttive performance diventa la leggendaria rockstar protagonista di mille episodi entrati a pieno diritto nella mitologia del rock. Dopo l’irruzione di Iggy sui palchi di mezzo mondo l’esibizione dei propri genitali, ferirsi con schegge di vetro il petto e gettarsi sul pubblico diventano, soprattutto a partire dagli anni dell’esplosione punk, veri e propri comandamenti per molti musicisti. L’approccio iconoclasta degli Stooges, oltre ai gravi problemi di droga dell’eroinomane Iggy, consente al gruppo di pubblicare soltanto tre album: due di questi, Fun House del ’70 e Raw Power del ’73, segnano tuttavia indelebilmente la storia del rock, ispirando artisti quali Dead Kennedys, Nirvana e Red Hot Chili Peppers, solo per citarne alcuni. Nel 1974 gli Stooges sono ormai giunti al capolinea e Iggy, con il supporto dell’amico David Bowie che lo aveva già aiutato ai tempi di Raw Power, realizza i soli due dischi validi dell’intera carriera solista: The Idiot e Lust For Life, entrambi del 1977. Trent’anni più tardi, dopo averli ospitati nel suo disco del 2003 Skull Ring, Iggy riforma gli Stooges con i fratelli Asheton (Scott alla batteria e Ron alla chitarra) e si imbarca in un tour nostalgico che esalta molti ma spaventa alcuni. Il timore è che Iggy & Soci, presi dall’entusiasmo del momento, compiano il solito errore in cui incorrono le vecchie glorie riunite: incidere un nuovo album. Le dodici tracce di The Weirdness, registrato a Chicago dal celebre produttore “alternativo” Steve Albini e rifinito nei prestigiosi studi di Abbey Road a Londra, ci mostrano l’anacronistica istantanea di un gruppo rimasto intrappolato negli anni settanta. Le doti canore di Iggy sono quelle di quaranta anni fa, i testi pure e alla fine quello che resta è un album punk cantato da un sessantenne. Certo, si potrebbe discutere a lungo se è più giovane un ventenne malaticcio che imita Bob Dylan o uno come Iggy Pop che, sfoggiando alla sua età un corpo scolpito da droghe e palestre, ancora oggi si getta sul pubblico e si dimena come un indemoniato sul palco. In ogni caso, qualunque sia il vostro responso, le carte in tavola non cambiano: Iggy è in età da pensionamento e l’unica canzone che si salva è The Weirdness, dove il selvaggio Pop imita con voce profonda l’insuperato mentore Bowie.
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